La ricostruzione

Domenica 20 maggio, alle quattro del mattino, un terremoto, quasi seguendo l’antica via degli Estensi, attraversa l’Emilia. Tra Ferrara e Reggio uccide sette persone, segna le case e le chiese, le fabbriche e i municipi della nostra terra. Anche le scuole non ne escono indenni.

La struttura regionale e tutte le istituzioni del territorio si attivano immediatamente per avviare gli interventi più urgenti. Il lavoro è incessante e coinvolge tutti i settori della Pubblica Amministrazione.

Il 29 maggio, alle 9 del mattino, una seconda forte scossa colpisce l’Emilia. Altre vittime, in gran parte operai al lavoro, tanti feriti, altre imprese sfasciate, altre case crollate e molte altre scuole distrutte. Numeri che crescono di ora in ora. Le scosse continuano e costringono a ripartire da zero, a nuove verifiche, edificio per edificio, aula per aula.

Insieme ai sindaci, agli assessori delle Province, al Vice Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale per l’Emilia-Romagna, Stefano Versari, e ai dirigenti scolastici degli oltre cinquanta comuni colpiti, impieghiamo le settimane successive nella ricostruzione di un quadro dettagliato della situazione del nostro patrimonio scolastico. Valutati gli esiti delle verifiche realizzate dalla Protezione civile, dalle scuole di ingegneria delle università regionali e dalle associazioni professionali in 1.041 scuole, quelle che risultano danneggiate sono oltre 500.

Nel terremoto del 20 e 29 maggio nessuno studente è rimasto ferito ma, dal punto di vista dei danni al patrimonio scolastico, questo sisma è il più grave affrontato dal Paese.

Mai come in quei giorni, giorni in cui improvvisamente 70.000 studenti dell’Emilia sono stati privati della loro scuola, ci è stato chiaro quanto essa rappresenti il cuore della comunità e, in particolare, di una comunità come la nostra in cui è forte il senso di appartenenza e la volontà di partecipazione alla vita collettiva.

Si decide che l’emergenza e la ricostruzione devono essere gestite qui, sul territorio, dalle istituzioni democratiche che hanno fatto la nostra storia. Commissario delegato alla ricostruzione è nominato il Presidente della Regione, Vasco Errani, che per la gestione dell’emergenza, della fase di transizione e per la prima fase di ricostruzione sceglie la concertazione con le autonomie locali. Regole e obiettivi comuni si devono costruire insieme alla società civile e alle sue rappresentanze democratiche, condizione necessaria per salvare le radici e l’identità storica del territorio.

Con questo obiettivo viene istituito il Comitato istituzionale e di indirizzo per la ricostruzione, l’assistenza alle popolazioni colpite dal sisma, la piena ripresa delle attività economiche e il ripristino dei servizi pubblici essenziali, presieduto dal Commissario e composto dai Presidenti delle Province di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio Emilia e dai Sindaci dei 54 Comuni interessati dagli eventi sismici.

In quegli stessi giorni si decide anche che l’emergenza e la ricostruzione devono dare priorità alla scuolaGarantire a tutti la conclusione dell’anno scolastico in corso, recuperando con l’aiuto dei Vigili del Fuoco i registri, organizzando gli scrutini e gli esami all’aperto, ricostituendo, in stretta collaborazione con l’USR, la scuola al di là delle mura crollate, è il primo passo. Il pensiero fisso, la sfida più complessa e al tempo stesso necessaria, però, diventa l’inizio del nuovo anno scolastico, a settembre. Mentre si cominciano a scrivere le ordinanze per la costruzione di edifici temporanei, per l’allocazione di moduli provvisori e per affidare a Comuni e Province le risorse e la responsabilità di recuperare gli edifici scolastici meno danneggiati, si sceglie di fare di tutto perché anche nelle scuole terremotate l’attività didattica inizi regolarmente. Stabilire che quello è l’obiettivo genera una straordinaria reazione all’interno della comunità, la rafforza proprio nel momento più duro, in piena emergenza, quando fortissimo è il rischio di decomposizione della struttura istituzionale e della stessa coesione sociale.

Il 17 settembre 2012, primo giorno del nuovo anno scolastico, la scuola ricomincia anche in Emilia. Mentre i cantieri ancora lavorano a pieno ritmo per la consegna degli edifici, le istituzioni scolastiche del territorio, interpretando al meglio il senso dell’autonomia, sperimentano nuove modalità di fare scuola. Con il supporto di risorse regionali (330mila euro per le scuole secondarie di secondo grado, 500mila assegnati ai Comuni per le spese di trasporto di studenti e insegnanti) organizzano i doppi turni nelle scuole già riparate, progettano e realizzano cicli di conferenze ed esperienze di mobilità internazionale. Anticipano stage e tirocini in impresa, che di norma si svolgono a fine anno e, per rispettare l’offerta formativa, cercano ospitalità nei laboratori scolastici che il territorio mette a disposizione.

Dare avvio al nuovo anno anche fuori dalle mura degli edifici scolastici è stato fondamentale per riattivare un percorso di inclusione, molto importante in una fase difficile della vita delle persone e della collettività, e per aprirsi a modalità didattiche innovative e partecipate, dimostrando che, se viene mantenuto il senso dell’unitarietà di un sistema scolastico e ne viene riconosciuta la centralità da parte di tutta la comunità, è possibile “fare scuola” anche in situazioni estreme.

In questa terribile prova, la scuola come sistema integrato è diventata per me la misura della capacità di una comunità di ritrovarsi attorno alle proprie istituzioni per riprendere un cammino di crescita. La scuola ferita ma viva dell’Emilia terremotata mi è apparsa, in quei giorni e in quelli successivi, quando tutti gli studenti sono tornati negli edifici ricostruiti o recuperati, come l’immagine stessa del nostro Paese, tormentato da una crisi che ha colpito la nostra economia e minato la nostra società. Crisi che possiamo lasciare alle spalle solo se ripartiamo dalla scuola. Nessun’altra infrastruttura sociale ha una presenza così prolungata e incisiva nella vita delle persone. È nella scuola che si cresce, che si maturano le prime consapevolezze rispetto alle capacità e alle attitudini e rispetto alla società, alle opportunità che offre e alle disillusioni che troppo spesso nasconde. Sono la scuola e poi l’università che ci legano a un territorio e lo qualificano come luogo in cui si può imparare ad essere buoni cittadini, lavoratori capaci, innovatori nelle imprese e nelle istituzioni. Se questa infrastruttura è debole, perché la società è fragile o divisa, allora diviene il luogo dell’ingiustizia sociale, quello in cui si accentuano le differenze e si perpetuano le disparità. È nel sistema educativo, infatti, che si sedimentano i diritti effettivi dei cittadini.

Nel corso del tempo ho consolidato la certezza che l’unica vera forza in grado di garantire lo sviluppo sono le persone. Non i singoli, ma la collettività. Quanto più una comunità è forte, autonoma e solidale, tanto più può resistere a condizioni avverse, progressivamente aggiustandosi, reagendo e perfino innovando. Questo abbiamo visto nei giorni del terremoto in Emilia.

Dal terremoto abbiamo imparato anche che è proprio nei momenti più critici che occorre dotarsi di una visione ampia, in grado di non arrecare ulteriori danni a una comunità già segnata. La capacità di avere visione, costruita rafforzando le diverse istanze che rappresentano il territorio, permette di realizzare interventi specifici, ma collocandoli in una prospettiva di innovazione ed aggregazione.

Nella progettazione d’emergenza di nuovi spazi educativi, abbiamo cercato di conciliare l’efficienza, intesa come capacità di rispondere rapidamente e al minor costo possibile a una sollecitazione esterna, con l’opportunità di ripensare un’edilizia scolastica innovativa e sostenibile, aperta alle potenzialità che le tecnologie applicate alla didattica offrono oggi. Così come siamo consapevoli che la costruzione di una scuola in un luogo diverso dalla “piazza”, cioè dal centro storico e comunitario, necessiti di intraprendere un percorso di ripensamento del sistema urbano nel suo complesso per creare una nuova dimensione identitaria in cui la collettività possa ambientarsi e riconoscersi.

È importante che da questa esperienza drammatica si traggano considerazioni ed esempi per ridisegnare insieme un progetto di rilancio che, dal basso, aiuti il nostro Paese a ritrovare una via.

La ricostruzione delle scuole in Emilia-Romagna dimostra in primo luogo cosa può e deve essere un federalismo ben temperato, solidale e intelligente: una chiara identificazione delle responsabilità e un’effettiva lealtà fra istituzioni centrali e locali, entrambe parti costituenti di uno Stato. Nell’emergenza, in Emilia, possiamo dire di aver visto all’opera un meccanismo istituzionale che non si è rotto, anzi ne è uscito rafforzato.

L’Emilia, diventata nell’estate 2012 un laboratorio di sperimentazione di tutte le tecnologie disponibili oggi per la costruzione di scuole sicure, innovative e sostenibili, ha dimostrato inoltre che è possibile delineare un grande piano per la messa in sicurezza di un sistema scolastico, rimettendo in movimento il comparto dell’edilizia, che può essere motore di rilancio dell’intera economia. E che tale piano non si può rimandare.

Un’ultima considerazione. Se la parola educazione vuol dire “andare oltre”, mai come oggi il nostro Paese ha bisogno di scuole e di scuola, di formazione, università e ricerca per superare la crisi che sta bloccando l’Italia da troppo tempo. E mai come oggi l’Europa ha bisogno di un’Italia capace di generare modelli di innovazione sociale ed economica fondati sui diritti effettivi dei cittadini, di tutti i cittadini e non di una sola parte.A questo punto siamo pronti per riprendere l’antica via degli Estensi e rivedere le nostre scuole ricostruite dopo il terremoto, perché quando la campanella della scuola torna a suonare, tutta la comunità torna a sentire il battito della propria vita.